storie di genitori

mamme e papa' si raccontano tra paure, incertezze, e coraggio...STORIE DI GENITORI, PROPRIO COME TE.

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2. davide, il bambolotto diventato bambino

 
 

Davide aveva appena 18 mesi quando mi sono accorta che c’era qualcosa che non andava. Aveva segnato con precisione tutte le tappe della crescita: camminava, aveva messo i primi dentini…ma ancora non parlava, non si voltava quando si sentiva chiamare, non reagiva agli stimoli. Mi sono allarmata a tal punto che non ho saputo aspettare. Ho acceso il computer e ho cominciato a cercare informazioni, tracce, risposte. Più leggevo le parole che scorrevano sullo schermo, più cominciava a risuonare nella mia mente una sola, terribile parola: autismo. Da quel momento è come se fossi stata risucchiata in una spirale di paura da cui era impossibile uscire. Per quanto mio marito e i miei genitori cercassero di tirarmene fuori, era sempre più forte in me la convinzione che Davide avesse un problema di autismo. Neanche il primo controllo dal neuropsichiatra che facemmo giù a Sorrento riuscì a dissuadermi, nonostante non ne uscimmo con una diagnosi di autismo ma semplicemente con la richiesta di una terapia di neuropsicomotricità. Col senno di poi ho realizzato che non avrei mai dovuto affidarmi a internet per capire cosa avesse mio figlio. Non avrei dovuto cedere alla tentazione di informarmi in questo modo prima di consultare uno specialista. Perché ormai ero andata nel panico, ero vittima di questa terribile autoconvinzione che distorceva completamente la realtà intorno a me e che mi faceva interpretare ogni gesto, ogni atto, ogni minima espressione di Davide come un segnale di autismo. Anche se i miei genitori continuavano a rassicurarmi, anche se mio marito – che è sempre stato positivo nei confronti dei progressi che Davide stava facendo con la psicomotricità – continuava a ripetermi “diamogli i suoi tempi”, io non riuscivo a uscire dalla bolla di paura in cui mi ero rinchiusa. Certo, neanche l’ambiente scolastico mi stava dando una mano in questo. Perché le maestre del nido, a cui avevo confidato le mie preoccupazioni, avevano iniziato a fare leva sui problemi di Davide e a etichettarlo come bambino autistico. Tanto che un giorno in cui comunicai loro, felicissima, che Davide aveva cominciato finalmente a dire le prime paroline, mi sentii rispondere: “Sì, però non fa ancora le frasi…”. È stato difficile per me superare quei momenti. Ancora adesso mi commuovo a riviverne la tensione. Perché quando c’è di mezzo tuo figlio, quando temi di trovarti di fronte una cosa così grande da non riuscire a gestirla, non puoi fare a meno di sentirti responsabile, di dover fare di tutto pur di garantirgli un futuro sereno.

La bolla in cui la paura mi aveva rinchiuso forse mi aveva accecata, ma non era riuscita a bloccarmi. E dopo il trasferimento a Roma ha cominciato pian piano a dissiparsi. Qui abbiamo cominciato il percorso terapeutico in Associazione. Qui ho dovuto compiere il gesto più bello e più difficile della mia vita: ho dovuto trovare il coraggio di affidare me stessa e mio figlio a un’altra persona. È stato difficile perché affidarmi voleva dire riconoscere la situazione di Davide e condividerla. Voleva dire mettere le mie convinzioni nelle mani di un’altra persona ed essere pronta a metterle in discussione. Ma è stato anche bello perché sin dall’inizio sapevo di aver trovato le persone giuste con cui compiere questo passo. Mi sono sentita incoraggiata dal fatto che Davide si è subito lasciato andare con la sua terapista e ha vissuto ogni tappa del percorso serenamente, come se stesse facendo un gioco: Miriam per lui era “la signora da cui vado a giocare”. Invece c’è voluto del tempo prima che mi lasciassi andare anch’io. Prima che cominciassi a vedere senza più riserve quei progressi evidenti che Davide stava facendo e che mio marito già notava. Prima che cominciassi a rendermi conto che fino ad allora avevamo cresciuto nostro figlio come se fosse un bambolotto. Vivendo con i nonni, Davide era sempre stato prevenuto in tutto: lui non doveva chiedere o indicare nulla. Tutto ciò di cui poteva aver bisogno gli veniva automaticamente dato. Con l’aiuto delle terapiste abbiamo cominciato a dare a Davide più spazio, più autonomia. E oggi Davide non è più un bambolotto: è diventato un bambino sereno e autonomo, non solo nella parola e nel movimento, ma anche nel pensiero. Riesce sempre a stupirci con le sue obiezioni ben assestate e ben strutturate. Anche il nostro Neuropsichiatra di fiducia è rimasto colpito da questi progressi e ha ormai escluso per Davide senza ombra di dubbio ogni traccia di autismo e del suo spettro. E anch’io finalmente ho lasciato andare questa terribile paura. Ma l’autismo per me è ancora una bestia nera. Per questo mi sento molto vicina a tutti quei genitori che stanno brancolando nel buio, che non hanno ancora ricevuto una diagnosi chiara e temono il peggio per i loro figli. A loro posso solo dire di trovare il coraggio di affidarsi il più presto possibile alle persone giuste, a specialisti e terapisti che possono aiutarli a scoprire la vera natura dei problemi dei loro bambini.

Mamma Luciana

“...Davide si è subito lasciato andare con la sua terapista… Invece c’e’è voluto del tempo prima che mi lasciassi andare anch’io….

…Prima che cominciassi a rendermi conto che fino ad allora avevamo cresciuto nostro figlio come se fosse un bambolotto…”