Il "No" dal punto di vista dei figli: a cosa servono?

 


Scritto da Sara Baldi

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Dire no e imporre dei limiti è fondamentale per crescere bambini autonomi e sicuri di sé. Davanti a pianti, richieste, capricci, i genitori spesso si trovano spiazzati, e molte volte, pensando di far bene, concedono ai piccoli quello che vogliono. Ma il non dire mai “No” può avere conseguenze negative nella crescita dei bambini.

 Come abbiamo visto nel precedente articolo sul valore del No dal punto di vista dei genitori, i No che fanno bene sono quelli di madri e padri che mantengono aperta la relazione con i figli senza subirla. Sono i No che ci consentono di dare a nostri figli un’informazione precisa: “No, non è il momento”, “No, questo non puoi farlo”, ma al tempo stesso di restare in una prospettiva di apertura e di ascolto.

 Il No ha una funzione regolativa e di indirizzo che si integra bene con la componente affettiva del legame con i figli. La conflittualità, i litigi, ci permettono di accorgerci che stiamo svolgendo nel modo giusto il nostro ruolo di genitori. I limiti possono far arrabbiare un bambino, ma sono anche dei “cancelli” che lo proteggono e lo fanno sentire al sicuro: fissare dei limiti significa trasmettere al bambino una regola di condotta che lo aiuterà a cavarsela in modo autonomo, lo farà sentire al sicuro in famiglia e lo aiuterà a sviluppare le proprie risorse.

  

A cosa servono i “No” detti dagli adulti?

 

  1. Danno sicurezza: avvertono il figlio che vi sono dei limiti, dei paletti, cose che si possono fare, altre che sono proibite. Questo in realtà lo tranquillizza, togliendolo dall’insicurezza del non saper come agire.

  2. Irrobustiscono l’io : senza nessuna esperienza dei No, al primo scoglio il ragazzo rischia il naufragio. È questa una delle ragioni fondamentali della necessità dei No: insegnano a tollerare la frustrazione e ad affrontare come adulti le sfide della vita.

  3.  Definiscono l’autorità: è assodato che il rapporto educativo deve essere asimmetrico. In fondo è il figlio stesso a volerlo: a lui serve una persona autorevole, non un amico.

 

Il “No” detto con affetto, calma e fermezza è salutare. I limiti imposti al bambino devono essere stabili e coerenti, il più possibile condivisi da tutti coloro che si occupano di lui, in modo che egli abbia chiaro ciò che è permesso e ciò che è proibito. Il bambino che riesce ad averla vinta con un genitore può esprimere un senso di trionfo in un primo momento, ma in realtà il fatto di riuscire a dominare l’adulto che si occupa di lui, di sentirsene più potente, gli trasmette insicurezza e ansia.

Il piccolo si sente in balìa dei suoi desideri e delle sue emozioni, senza che vi sia un adulto forte che sappia arginarli e che riesca a trasmettergli un monito da interiorizzare. Dopo qualche anno, esso varrà per il bambino come un’istanza mentale che gli permetterà di autoregolarsi e di imporsi autonomamente dei limiti, come ad esempio: “No, adesso non posso giocare, perché prima devo finire i compiti”.

 Se di fronte al “No” il bambino risponde con rabbia e frustrazione, lasciamogliela esprimere, ma secondo modalità socialmente accettabili: per esempio, non permettiamogli di tirare calci, ma accettiamo pure che si sfoghi pestando i piedi per terra. L’esperienza della frustrazione rappresenta per il piccolo un’opportunità essenziale di imparare a far fronte alle difficoltà. I bambini che vedono soddisfatti tutti i loro capricci non crescono felici, ma fragili.

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A cosa servono i “No” nelle diverse fasi di crescita

I No sono diversi a seconda dell’età dello sviluppo e rispondono a precise esigenze di crescita e individuazione.

  1. Nella prima infanzia, il No è quello del divieto: il bambino o la bambina comincia a esplorare il mondo e attiva comportamenti che vanno educati. Questi No, detti in modo chiaro, immediato e rassicurante, aiutano i bambini a costruirsi una segnaletica di base nel loro muoversi nello spazio. Sono semplici, privi di complicazioni, e comprensibili dai piccoli.

  2.  Tra la prima e la seconda infanzia ci sono i No del limite: si tratta di un’età in cui progressivamente la centratura sul sé del bambino si evolve nelle relazioni tra i pari e nel rapporto con la realtà anche scolastica. Sono No che producono frustrazione, ma in questo senso fondamentali per aiutare i bambini a cogliere i limiti delle proprie possibilità e attivare nuove risorse e competenze

  3.  Nella seconda infanzia e nella preadolescenza il No è quello della regola: consente di consegnare ai ragazzi la bussola per orientarsi nel mondo. Si tratta di un No più complesso degli altri, che punta verso l’autonomia.

    Alcuni pensano ancora che le regole siano limiti alla libertà personale, e invece ogni volta che diamo una regola creiamo uno spazio di separazione e definiamo degli ambiti di possibile esercizio della libertà, consentendo lo sviluppo dell’autonomia.

  4.  Nell’adolescenza troviamo il No della resistenza: serve ai ragazzi per aiutarli a scoprire e portare avanti il proprio progetto di vita. Si tratta di mettere dei filtri, dei vincoli da un lato perché la spinta verso l’autonomia non si tramuti in fuga da se stessi, dall’altro per aiutarli ad accorgersi di ciò che davvero stanno facendo.

    È un no difficile perché si manifesta spesso attraverso la conflittualità e richiede coraggio e capacità di interrogare e interrogarsi per mettersi davvero in ascolto dei propri figli. In questa fase i No non possono più essere imposti dall’alto ma occorre negoziare con i nostri ragazzi e cercare un compromesso.