L’amico immaginario: cosa rappresenta e come comportarsi

 

“Ecco quello che so: Mi chiamo Budo. Esisto da cinque anni. Cinque anni è una vita lunghissima, per uno come me. E’ stato Max a darmi questo nome. Max è l’unico essere umano che riesce a vedermi. I genitori di Max mi chiamano…L’AMICO IMMAGINARIO”. (da L’amico Immaginario di Matthew Dicks, 2012).

E sì…è quell’esserino incorporeo che, a volte con sembianze umane, altre con l’aspetto di cane, fata o anche del peluche preferito, fa compagnia al nostro bambino, gioca con lui e scambia parole e discorsi…insomma non lo lascia mai solo soprattutto nei momenti più difficili o complicati.

Non capita raramente di ascoltare i propri figli che in tenera età, con fare entusiasta, interagiscono apparentemente con il nulla, ma in realtà non fanno altro che allenarsi nella dura palestra delle relazioni sociali, e lo fanno utilizzando un mezzo potente…quello della fantasia.
Il rapportarsi quotidianamente con un amico, seppur immaginario, che sta lì solo per te, insegna al bambino ad interagire più facilmente con gli altri, dandogli la possibilità di acquisire precocemente capacità di mediazione e collaborazione.
I bambini danno nomi inventati ai loro compagni di giochi invisibili; a volte gli si attribuiscono provenienze lontane… da paesi quasi sconosciuti, e parlano lingue di cui gli esseri umani, o meglio gli adulti, non conoscono l’esistenza. L’unica certezza da parte degli adulti è che, nei momenti in cui c’è Budo, Scalo o l’amico immaginario unico, il proprio figlio è sereno, sicuro e immerso in uno scambio sociale che lo appaga e gratifica.
In letteratura tante volte ci si è occupati di un tema, come quello dell’amico immaginario, fatto di comportamenti, sentimenti o idee che sono in armonia con i bisogni e desideri di sé, per i quali la persona non prova disagio ma vengono ritenuti appartenenti e coerenti con il resto del proprio essere. Avete mai conosciuto un bambino in conflitto o in disarmonia con il suo amico immaginario?…a me non è mai capitato e credo che il motivo principale sia dovuto a quell’ aggettivo possessivo che precede l’amico immaginario. E’ SUO e di nessun altro, e proprio perché suo, lo utilizza solo e soltanto per star meglio, per sentirsi bene con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Lo stesso non si può dire degli adulti di riferimento, per i quali, parlare con nessuno, mangiare avendo l’uomo invisibile accanto, interagire con il niente e parafrasare quanto detto da un fantasma, preoccupa, spaventa, fa fare ipotesi poco piacevoli, cagionando spesso fastidio e inadeguatezza.

 

 

 

 

L’amico immaginario, nell’arco di vita che va dai 3 agli 8 anni, ricopre funzioni importantissime per la crescita sana ed equilibrata del bambino. Spesso il bambino dà vita a questo amico speciale, con cui condivide segreti e che sa non lo lascerà mai solo, per fronteggiare situazioni intricate, momenti noiosi delle giornate, o come modalità di adattamento a cambiamenti più o meno prevedibili. Potremmo definire questo come un’ottima capacità di reazione o un modo costruttivo, creativo e geniale di problem solving legato a situazioni di non facile gestione del bambino (prime separazioni dagli adulti di riferimento, nascita di un fratellino, trasloco o semplicemente far fronte alla noia quotidiana o alla solitudine).

In queste situazioni il compagno immaginario è un ascoltatore eccezionale, un buon consolatore, con il quale il bambino mette ordine nella propria realtà interna e fronteggia con più forza la realtà esterna, ardua e complicata. È il compagno di giochi ideale, che risponde nell’immediatezza ai propri bisogni, ma che diventa anche autorità morale che sprona il bambino a far meglio e con il quale il bambino prova a sperimentarsi per perfezionare le proprie competenze e abilità, evitando fallimenti poco funzionali alla sua crescita e che intaccherebbero la fiducia e stima di sé.
L’amico immaginario a volte diviene anche l’altro da sé, su cui scaricare desideri poco condivisibili, capricci, bugie e tensioni, attribuendogli comportamenti non sempre permessi. Grazie all’interazione con lui, il bambino costruisce la propria immagine di sé, rispecchiandosi in lui, nei loro dialoghi quotidiani, nei giochi e nei pensieri verbalizzati. I modelli adulti reali, vicini al bambino (genitori, insegnanti, nonni), contribuiranno ad aggiustare e modificare nel corso del tempo questa doppia immagine, fondamentale per la costruzione di un’identità futura, stabile ed equilibrata.

 

Cosa fare quando si ha di fronte un bambino che gioca con un amico immaginario?

Già sapere che la creazione di un amico immaginario da parte di un bambino fa parte di una fase di sviluppo naturale e funzionale, rende il tema meno preoccupante e di più facile gestione da parte di genitori. L’imbarazzo e la preoccupazione possono lasciare spazio al gioco ed alla possibilità di empatizzare con il bambino che è totalmente immerso in una relazione vitale ed esaudiente.

Se viene richiesto, è importante partecipare con lui nel gioco con l’amico immaginario, rispettandolo, proteggendolo ma senza amplificarlo o canzonarlo, ricordando che il bambino sa che il suo amico fa parte di un mondo fantastico, creato da lui stesso, pertanto il gioco, da parte dell’adulto, deve rimanere ad un livello fantastico. Spesso il bambino usa il compagno immaginario per delegare sue responsabilità o colpe, il bello per l’adulto potrebbe essere quello di provare a giocare su questo, creando reazioni immaginarie che coinvolgano sia il bambino che il suo doppio. Il gioco e l’interazione con loro, spontanei e partecipi, forniscono informazioni importantissime sul mondo interno del bambino, informazioni preziosissime per il genitore interessato a stati d’animo, sensazioni, paure e sentimenti del proprio figlio.

Quando il bambino non ci rende partecipi di quel suo segreto non serve spingerlo a farlo, ogni cosa ha il suo tempo, anche l’acquisizione della certezza di potersi fidare di un adulto, nel confidargli il segreto di un mondo condiviso con un doppio di sé.
Se il bambino oltre al suo piccolo mondo fantastico ha anche un mondo reale amicale, fatto di giochi, di scambi relazionali con i pari, non vi è motivo di preoccuparsi. Diversamente è se i suoi unici rapporti hanno come oggetto creature da lui immaginate, in questi casi è importante stimolarlo e proporgli esperienze diverse che possano facilitargli la socializzazione e la condivisione. Lo stesso vale quando i giochi e le interazioni con il compagno immaginario si prolungano oltre i 10/11 anni, anche in questi casi l’esserci da parte del genitore è fondamentale, sia per proporgli alternative valide, sia per chiedere aiuto a professionisti specifici.
Quando il bambino sarà pronto, sarà sicuro di poter continuare da solo, l’amico immaginario scomparirà fisiologicamente, svanirà, dissolvendosi tra ricordi e nuove esperienze. Proprio come è accaduto a Max: “…ormai Max ha preso la sua decisione. E’ lui che sta risolvendo il problema. Sta scappando da solo….Non aspetta che sia io a fargli strada, non mi chiede nemmeno in che direzione andare. Ormai va per conto suo. Si sta salvando”.(da L’amico Immaginario di Matthew Dicks, 2012).