Una scuola senza voti è possibile? La parola alla psicologa

 

 Intervista a cura di Federica Salini

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Con questo articolo l’inchiesta sulla scuola senza voti condotta dal Magozine giunge al termine. Con la nostra indagine abbiamo voluto riflettere insieme a voi sugli interrogativi più comuni che la recente notizia dell’iniziativa adottata dalla scuola primaria Chiara Lubich dell’Istituto comprensivo Olivieri di Pesaro ha fatto sorgere in merito al voto come principale criterio di valutazione scolastica.

Nel corso della nostra inchiesta sul voto scolastico abbiamo quindi ascoltato il parere di genitori e insegnanti, cercando di far emergere la reale percezione che si ha del voto nei due luoghi privilegiati in cui esso nasce e viene accolto: la scuola da una parte e la famiglia dall’altra.

Ma non bisogna dimenticare che il punto di vista più importante da considerare quando si parla del voto è proprio quello del bambino: ponendosi al centro tra il mondo scolastico e quello famigliare, è sempre il bambino a subire il peso e le conseguenze del giudizio, numerico o descrittivo che sia. Per questo abbiamo chiesto alla Dottoressa Nancy Mazzella, Psicologa Clinica- Psicoterapeuta Familiare , di aiutarci a mettere a fuoco il punto di vista dei più piccoli e dare qualche consiglio per insegnare ai bambini a fronteggiare serenamente il voto scolastico.

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Quale è il valore che un bambino attribuisce al voto e che impatto ha sulla sua autostima?

Il voto scolastico, dovrebbe essere una sintesi rispetto ad una prova e quindi qualcosa di molto relativo considerate le capacità e le competenze  globali di un essere umano anche se bambino. Non dovrebbe mai avere il potere di scalfire un sentimento come la nostra autostima. Una serie ripetuta di insuccessi senza uno spazio di discussione e di ascolto su quello che succede, o giudizi netti e confronti tra bambini senza analisi profonde, possono essere vissuti come molto pesanti.

Non è il voto in sé che spesso riesce a mettere in crisi un bambino,  bensì il valore che gli si attribuisce in termini di adeguatezza e di standard positivo. La frustrazione dinanzi ad un voto non positivo è naturale, restare legati a quello e percepire l’ambiente scolastico come persecutorio, o iniziare ad avere pressione, ansia o rifiuto dinanzi alle prove quotidiane che gli studenti devono affrontare sono segnali che forse gli adulti significativi, insegnanti e genitori in primis, dovrebbero non prendere sotto gamba e non favorire. Anzi dovrebbero chiedersi che modello loro rappresentano rispetto all’accettare gli errori e ad affrontarli con fiducia.

 Da dove nasce l’ansia per il voto che porta con sé sia la paura e la frustrazione per il brutto voto che il desiderio e la soddisfazione per il bel voto?

Direi che questa “ansia da prestazione” e i suoi risvolti, positivi o negativi che siano, sono il frutto della nostra umanità: siamo esseri competitivi e bisognosi di   essere riconosciuti per quello che siamo e per quello che facciamo. Per tutti è difficile essere valutati dagli altri, perché vorremmo apparire sempre al meglio, non solo a scuola e non solo da bambini. Per questo  scuola e famiglia hanno l’arduo compito di  prepararsi per aiutare i bambini ad affrontare sin da piccoli i giudizi, i fallimenti e le vittorie. Questo è un esercizio di vita: imparare che conta l’impegno e la volontà di mettersi in gioco, che conta il percorso globale e  che il singolo risultato è spesso il frutto di una serie  di circostanze su cui non abbiamo potere o previsione: il contesto, standard insegnanti, imprevisti ecc.

Adottare un diverso metro di giudizio che eviti il voto numerico – come suggerito dall’esperimento della scuola senza voti di Pesaro – aiuterebbe a neutralizzare l’ansia da prestazione?

Onestamente non vedo una netta correlazione tra il voto numerico e la comparsa dell’ansia da prestazione nel bambino: in fondo è il giudizio in sé e la paura di non essere amabili  e ben voluti che fa paura  e non ha poi tanta importanza la forma in cui si presenta. Tuttavia, credo che un ridimensionamento dell’importanza del voto in ambito scolastico possa aiutare ad allentare le aspettative con cui gli adulti gravano il bambino. Un cambiamento di prospettiva sarebbe auspicabile  in questo senso: oggi si sta investendo troppo su ciò che si vede e che appare ..se si appare felici e sorridenti, se si ha avuto questo o quello, allora si è felici ...nessuno si interroga su come ci si senta davvero o si chiede ai bambini di dirci cosa provano.

In che modo gli adulti, ovvero sia gli insegnanti che i genitori, influenzano la percezione che il bambino ha del voto?

L’esempio che danno tutti gli adulti significativi nella vita del bambino è sempre fondamentale. Certamente genitori e insegnanti devono far grande attenzione a  non gratificare il bambino solo per il voto o con il voto: in questo caso, il bambino comprende che è quello  ciò a cui puntare e  che gli adulti hanno bisogno di quello. Il giudizio numerico agisce sul bambino come un rinforzo positivo o negativo rivolto dagli adulti solo sul risultato esteriore delle sue azioni. Questo vale sia per i voti positivi che negativi.

Anche lodare un bambino che è bravo a scuola, ma poi è pigro, non solidale e non collaborativo a casa è la prova che è passato il messaggio che in famiglia vale solo l’impegno come studente e non come persona.

Inoltre non è di aiuto valorizzare o meno il bambino solo per quello che fa, bisogna anche dare importanza a quello che sente,  riconoscere ed osservare come il bambino decide di affrontare i suoi impegni ed i suoi carichi.

Azione e sentimento sono sempre connessi: se siamo felici e valorizzati per noi stessi riusciamo a sentirci meglio e a fare meglio, o a sopportare meglio e viceversa.

Anche se il voto come criterio di valutazione venisse abolito a scuola, non si potrebbe comunque eliminare la pratica del giudizio, che non interessa solo l’ambiente scolastico, ma anche i futuri ambiti universitari, lavorativi o semplicemente sociali che il bambino, crescendo, dovrà comunque affrontare. Cosa si può fare sia a scuola che in famiglia per preparare il bambino a questo scenario, aiutandolo a tollerare meglio il giudizio?

Genitori e insegnanti dovrebbero non solo aiutare il bambino ad ascoltare e ad accettare i propri sentimenti, ma anche aiutarlo a  dargli il giusto valore anche quando sono spiacevoli come la frustrazione che consegue al brutto voto: devono insegnargli a guardare le sue competenze, a guardare il positivo, alle sue risorse e a credere in esse, a investire sull’impegno per trarre soddisfazione dimostrandogli in prima istanza che loro credono in lui. Perché solo ciò che il bambino pensa di sé può realmente fare la differenza ed è questo sentimento di fiducia, che si afferma anche di fronte all’errore, che, se ben coltivato, può trasformarsi in autostima solida.

In particolare, credo che  il bambino vada aiutato dalle figure di riferimento a tollerare la frustrazione delle singole prove  e a gioire delle conquiste legate all’apprendere, alla conoscenza.

Scuola, famiglia e sport  sono i luoghi che hanno il compito di mettere il bambino in contatto con frustrazione e fallimenti,  ma anche con la volontà  con cui impara a crescere e ad affrontare la vita.  I voti, i giudizi ed i fallimenti sono delle esperienze, spiacevoli certo, ma sono mutevoli, e noi possiamo trasformarli ed apprendere molto da essi.

I bambini vanno aiutati a comprendere che il voto non è un’etichetta e non rappresenta il destino di tutto, questo può accadere solo se il bambino sente e si convince che non è lui, ma il suo compito di matematica, a valere 4 ad esempio, quindi in sostanza il giudizio più pesante e potente è quello che noi abbiamo su noi stessi ed quello che gli adulti dovrebbero avere in attenzione, non tanto cancellando i voti, ma aiutando i bambini e i ragazzi a mettere a fuoco i propri punti di forza e a non drammatizzare sulle sconfitte. Questo è il più grande insegnamento che noi adulti abbiamo la responsabilità di trasmettere alle nuove generazioni, contribuendo a far crescere persone più consapevoli di sè.