Mamma, Papà: “Voglio essere una femmina!”

 

La Disforia di Genere nei bambini

Nonostante gli enormi passi in avanti rispetto all’accettazione dell’altro e della diversità effettuati negli ultimi anni in materia di sessuologia, prevale tuttora, nella nostra cultura occidentale, la tendenza a considerare accettabili esclusivamente due modalità alternative di presentazione sessuale che corrispondono al maschile o al femminile, a seconda dell’aspetto esteriore.

Non sempre però sesso biologico e identità di genere coincidono. Per comprendere a pieno tale argomento dobbiamo fare chiarezza sul significato dei termini “sesso” e “genere”, componenti fondamentali dell’identità.
Con il termine “sesso” ci si riferisce alle caratteristiche biologiche che definiscono un essere umano come femmina o maschio: i cromosomi sessuali (XX per le femmine e XY per i maschi), la presenza di gonadi maschili o femminili, la componente ormonale, le strutture riproduttive interne e gli organi sessuali esterni.
Con il termine “identità di genere” ci si riferisce, invece, alla percezione unitaria e persistente di se stessi, o auto-identificazione, come appartenente al genere maschile o femminile. Si intende, dunque, il sesso a cui, indipendentemente dalla componente biologica, l’individuo sente di appartenere.
Spesso identità sessuale e identità di genere tendono a coincidere, ma esiste una minoranza di persone che vive una disarmonia completa tra i due aspetti, sperimentando la consapevolezza di appartenere al genere opposto.
Questa condizione viene attualmente definita con il termine “Disforia di genere” (DSM-5, 2013).

Nei bambini, tale situazione si manifesta attraverso una marcata incongruenza fra il genere esperito/espresso e il sesso assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno sei dei seguenti criteri:

  • Un forte desiderio di appartenere al genere opposto o insistenza sul fatto di appartenere al genere opposto;
  • Una forte preferenza per il travestimento con abbigliamento tipico del genere opposto o per la simulazione dell’abbigliamento femminile/maschile;
  • Una forte preferenza per i ruoli tipicamente legati al genere opposto nei giochi del “far finta” o di fantasia;
  • Una forte preferenza per compagni di gioco del genere opposto;
  • Nei bambini maschi un forte rifiuto per giocattoli, giochi e attività tipicamente maschili, e un forte evitamento dei giochi in cui ci si azzuffa; nelle bambine, invece, un forte rifiuto di giocattoli, giochi e attività prettamente femminili;
  • Una forte avversione per la propria anatomia sessuale;
  • Un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie corrispondenti al genere esperito;

Inoltre, la condizione deve essere associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico o in altre aree importanti.
In genere, l’esordio delle manifestazioni corrispondenti al sesso opposto sono collocabili in tenera età, fra i 2 e i 4 anni, prima dello stabilirsi di un più stabile senso del sé. Inoltre, tale condizione si presenta con un rapporto di 2:1 tra bambini maschi e femmine; malgrado ciò, non sono ad oggi disponibili studi epidemiologici che diano una stima attendibile della prevalenza-incidenza del disturbo nella popolazione infantile.


Nei bambini maschi il desiderio di appartenere all’altro sesso si manifesta attraverso la predilezione per giochi e attività femminili e dall’indossare abiti ed accessori tipici del genere opposto. Questi bambini, durante le attività di gioco, preferiscono interpretare ruoli femminili ed evitare giochi di forza o sport competitivi, piuttosto preferiscono giocare con le bambole e in compagnia della bambine femmine. Possono insistere per urinare seduti e far finta di non avere il pene spingendolo fra le gambe; alcuni bambini provano disgusto per i propri organi genitali esterni e desiderano non possederli: talvolta credono che essi prima o poi scompariranno, manifestando il desiderio che il loro corpo diventi di tipo femminile.
Le bambine, viceversa, preferiscono giochi maschili, più aggressivi e competitivi; amano gli abiti maschili e spesso preferiscono portare i capelli corti; amano giocare con i maschi e possono chiedere loro o ai familiari di essere chiamate con nomi maschili. Le bambine che vivono tale condizione possono rifiutarsi di urinare sedute, possono sostenere di avere un pene o che questo le crescerà in futuro.
È necessario non confondere comportamenti varianti e non conformi alle aspettative socioculturali con la presenza di una disforia di genere. Talvolta, comportamenti tipici del sesso opposto rappresentano solo una breve fase di transizione. Solo quando le preoccupazioni relative al genere assumono un carattere intenso e persistente, la condizione deve essere approfondita con la giusta attenzione. Solo una piccola porzione di questi bambini, infatti, diventano in futuro transessuali o travestiti, alcuni possono evolvere verso un orientamento omosessuale mentre altri verso un orientamento eterosessuale senza travestitismo né transessualismo.
Alcuni genitori portano il proprio figlio all’osservazione clinica in concomitanza con l’inizio della scuola perché si rendono conto che quella che consideravano una fase transitoria non sembra passare. I genitori iniziano ad essere seriamente preoccupati per i comportamenti del proprio figlio e non sanno come affrontare il problema. Inoltre, con l’ingresso nella scuola il bambino comincia a sperimentare i primi conflitti con i coetanei e talvolta ad essere vittima di prese in giro e bullismo. È a questo punto che si ritiene necessario un intervento immediato, soprattutto perché il minore può iniziare a manifestare alti livelli di ansia e depressione.
Proprio per evitare che il bambino sperimenti stati psicologici negativi e cresca in un ambiente a lui ostile, sia in famiglia che a scuola, è bene porre da subito attenzione al fenomeno. In ambito clinico e scientifico, vi è accordo nell’indicare come il lavoro con la famiglia sia fondamentale per una efficace presa in carico di bambini e adolescenti che presentano una disforia di genere. Almeno nelle prime fasi di vita del bambino è bene, infatti, fornire una terapia di supporto alla famiglia, che non sia finalizzata al trattamento specifico del genere ma che ponga l’attenzione sugli stati emotivi vissuti dal minore e dai suoi familiari. Risulta fondamentale un sostegno che aiuti ad affrontare ansia o depressione, aiuti i genitori a proteggere i propri figli da bullismo e lavori parallelamente con il sistema scolastico.
Solo successivamente, in considerazione dell’evoluzione dell’individuo e dello sviluppo di una identità di genere più stabile, si potrà agire in direzione di un trattamento che allinei tale identità con il sesso biologico e che renda l’adolescente e l’adulto del futuro consapevole e pronto alla completa accettazione di sé.