Separazioni conflittuali: gli effetti sui figli

 

È largamente condiviso il riconoscimento che la famiglia sia il nucleo fondamentale della società e che il suo ruolo sia insostituibile per garantire lo sviluppo delle persone: ogni bambino, per crescere, ha bisogno di vivere il proprio nucleo come punto di riferimento stabile in cui sentirsi protetto e contenuto attraverso la relazione con l’adulto che svolge funzioni genitoriali. Ogni famiglia possiede al proprio interno risorse importanti che le consentono di essere protagonista “attiva” del proprio benessere. Ma può accadere che, in particolari momenti del proprio ciclo vitale, in coincidenza di eventi dolorosi, essa non sia sufficientemente in grado di attingervi.

Tra gli avvenimenti critici che una famiglia può trovarsi a vivere vi è la fine del matrimonio che rappresenta sempre un lutto e che, per le modalità in cui viene gestita, può originare svariati scenari. La letteratura concorda del ritenere che non sia la separazione in sé a essere traumatizzante per i figli, quanto il protrarsi di un clima conflittuale tra i genitori e l’essere coinvolti in relazioni disfunzionali a produrre effetti negativi sul benessere dei figli, ad influire ed interferire con il loro processo evolutivo compromettendone il bisogno di certezza e sicurezza, così come la possibilità di pensarsi e riconoscersi dotati di valore.La conflittualità influisce sul benessere dei figli sia quando essi vi assistono direttamente o vi prendono parte, sia quando essa è meno esplicita perché rende comunque i genitori meno sensibili e attenti ai bisogni dei bambini.

È dunque fondamentale che gli adulti, quando si pone fine alla coniugalità, vengano aiutati a riflettere su come mantenere e/o ricostruire una continuità genitoriale nei confronti dei loro figli, per i quali restano comunque punti di riferimento. La mancata elaborazione della separazione e il non raggiungimento della consapevolezza circa le reciproche responsabilità causa della rottura dell’unione sono tra le cause che più spesso alimentano la conflittualità tra gli ex partner: questo di fatto ostacola la riuscita del processo di separazione trattenendoli in quello che in letteratura è chiamato un “legame disperante” (V. Cigoli, C. Galimberti, M. Mombelli, Il legame disperante, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1988), un legame cioè che può essere mantenuto “grazie” al conflitto.

Dentro l’esperienza conflittuale, agita spesso anche attraverso contenziosi giuridici estenuanti tra gli adulti, la genitorialità diventa il “campo di battaglia” privilegiato ed i figli il tramite attraverso il quale esprimere la “battaglia”: i problemi connessi al mantenimento, le contese per il collocamento o l’affidamento, il creare difficoltà nella visita al genitore non collocatario, il parlare male dell’ex coniuge sono tutti esempi di una mancata tutela della relazione dei figli con l’altro genitore. Sono ferite profonde e, a volte, non rimarginabili che i genitori, depositari delle totale fiducia dei figli, spesso non si accorgono di inferire loro.

 

Tirati dentro alla “guerra” dei grandi i ragazzi, lungi dall’essere soggetti passivi, sono costretti a prendere parte attiva nel conflitto e ad aderire a ruoli che, seppur disfunzionali, rappresentano per loro un tentativo di risolvere i problemi esistenti, le ripicche e le contese. Ciò che accade all’interno di queste situazioni è che ambedue i genitori facciano ai figli richieste, più o meno esplicite, di “alleanza”, richieste che nel mondo interiore dei più piccoli si traducono nella percezione di non potere continuare ad amare entrambi, di non poter manifestare liberamente il loro amore sia all’uno che all’altro, che ciò che provano per un genitore possa ferire l’altro (per es. “Se mi diverto con papà renderò triste la mamma”), di essere responsabili con la propria presenza/assenza della felicità del genitore (per es. “Quando io non ci sono, papà resta solo ed è triste” ).

I figli si trovano quindi a vivere un doloroso “conflitto di lealtà” che può portarli ad “accettare” in maniera esclusiva il legame con uno solo dei genitori, a sposare l’idea che la “colpa” della separazione sia tutta dell’altro che, di conseguenza, viene di solito rifiutato/evitato: le ragioni profonde di questo sbilanciamento si legano soprattutto al bisogno di fuggire ad una situazione di confusione in cui non è possibile sopportare la presenza contemporanea di due verità contrastanti, verità sostenute dalle due figure più importanti nella vita di un bambino e alle quali sente naturalmente di appartenere.
L’eccessiva vicinanza emotiva ad uno solo dei genitori può portare un figlio a rivestire ruoli impropri, comunque inadatti alla sua età: da un lato ci sono i ruoli tipici di un atteggiamento adultizzato, il bambino è il miglior confidente del genitore, è un ottimo consolatore, sembra essere il partner ideale, si mostra forte e non piange mai; dall’altro quelli del perenne bambino, mai abbastanza grande per cavarsela da solo… tutte dinamiche patologiche che interferiscono sulla possibilità che i figli costruiscano relazioni affettive sane, maturino e diventino autonomi dalla famiglia.
Gli esiti patologici di questa tipologia di configurazioni familiari possono declinarsi in svariati sintomi emotivi e fisici e dipendere da:

  • fase evolutiva dei figli
  • gravità o il perdurare del comportamento conflittuale dei genitori
  • momento del ciclo vitale della famiglia
  • tipologia di attaccamento verso i genitori
  • interazione tra fattori protettivi e fattori di rischio, associati sia con le caratteristiche individuali del bambino che al supporto del contesto extra-famigliare.

In ogni caso un contesto familiare altamente conflittuale può compromettere l’adattamento del bambino e determinare disagi e difficoltà che interferiscono sullo sviluppo psicoaffettivo, socio-relazionale e sulla formazione della personalità, con conseguenze sul benessere psicofisico e sulla sua qualità di vita attuali e futuri.
Disturbi d’ansia, disturbi del sonno, somatizzazioni, isolamento e disagio nelle relazioni, difficoltà scolastiche o disturbi del comportamento sono alcuni dei possibili sintomi che è possibile riscontrare nei minori esposti a situazioni caratterizzate da elevata ostilità tra i genitori. Può anche accadere che nel bambino si manifestino comportamenti regressivi, tipici di fasi precedenti dello sviluppo che ne penalizzano l’autonomia o che l’adolescente comunichi il suo malessere attraverso disturbi alimentari, comportamenti antisociali, uso/abuso di sostanze psicotrope.
Mi piace concludere ricordando la “Convenzione sui diritti dei fanciulli” sottoscritta a New York nel 1989 che recita così “Gli Stati devono rispettare il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo”. Questo altro non è ciò che, a livello giuridico, conosciamo come diritto alla bigenitorialità e che affonda le sue radici nel riconoscimento del bisogno/diritto del bambino di veder salvaguardata la relazione con entrambi i genitori e con i legami che ne derivano (i parenti di ogni ramo genitoriale).

Esso, prima ancora che un principio riconosciuto dal Codice Civile, è forse il principio a cui ogni genitore, quando si separa dal proprio coniuge, dovrebbe ispirarsi: poter distinguere tra piano coniugale e genitoriale, prendere coscienza di quali parti di sé ognuno agisce all’interno del conflitto, superare la posizione accusatoria dell’altro come unico responsabile di quanto accaduto sono i passi imprescindibili per tutelare il bisogno/diritto del proprio figlio a non smarrire il senso e la continuità della propria storia, della propria identità e dell’essere figlio di due genitori e garantirgli le condizioni necessarie all’acquisizione di un’identità adulta sana ed adeguata.